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  • Venezia 69: Joaquin Phoenix, il matto divo

  • BY Grazia.it
  • Fuma in conferenza stampa, esce per andare in bagno e rientra dopo mezz’ora, non risponde alle domande dei giornalisti (non è proprio vero a una ha risposto, dicendo «non lo so»), si aggira stralunato per gli spazi dedicati alle interviste non concedendone nessuna. Il matto divo Joaquin Phoenix ha scatenato la Mostra del Cinema. Chiudendo in bellezza una giornata di follie con il red carpet più rapido che abbia mai visto. Phoenix è sceso dalla macchina con la sigaretta in bocca, si è fatto fare due foto poi è corso verso la sala. Meno male che l’hanno costretto a uscire di nuovo per fotografarlo con tutto il cast.

    Che Joaquin non fosse proprio a posto lo si sapeva. Vi ricordate? Due anni fa Casey Affleck (il fratello di Ben) si è presentato alla Mostra con un finto documentario su di lui. In pratica: per due anni Phoenix ha interpretato il personaggio di se stesso che non vuole più fare cinema ma il cantate hip hop. Con tanto di imbarazzanti interviste al David Letterman, barbone e cappellini ridicoli. Il documentario si chiama «I’m Still Here» e mi ricordo che durante le interviste, due anni fa, Casey ha preso in giro tutti noi giornalisti continuando a sostenere che la storia fosse vera.
    Bene, finché si tratta di performance artistiche può andare, per carità, Art is Art, ma fare il pazzo così giusto per il gusto, dà un pochino sui nervi. Come se poi noi giornalisti fossimo lì a fargli domande perchè abbiamo voglia di rompere le scatole. Un po’ di umiltà, Mr. Phoenix, non le farebbe male.

    C’è da dire, però, che nel film «The Master» di Paul Thomas Anderson è davvero super. Lui e Hoffman sono strardinari in un film oserei dire perfetto. Ti gela. Come avrete sicuramente già letto da altre parti, è la storia delle origini di Scientology. La cosa che però mi ha colpita di più non è tanto il racconto di come un tizio chiamato Lancaster sia riuscito a inventarsi una setta parareligiosa, quanto la capacità di Anderson di dare compostezza a qualcosa che di composto non ha niente. Il pratica, la pellicola ruota attorno al rapporto tra Lancaster (il “maestro”- Hoffman) e Freddie (il pazzo Phoenix) un ragazzo “interrotto” ossessionato dal sesso, dal desiderio, alcolizzato e violento. Ricurvo, animalesco, nervoso. Tra i due si instaura un rapporto perverso che si gioca su uno scambio di ruoli tra il maestro e l’allievo. L’uno che diventa indispensabile per l’altro, specchio che rende l’esistenza dell’altro possibile. C’è, come avrete capito, tanta psicanalisi, tanta riflessione su un tema che, nel bene e nel male, coinvolge tutti: che cos’è la libertà? Perchè nella vita ci troviamo sempre a dipendere da qualcuno o da qualcosa? Ovvio, sullo sfondo e come presupposto c’è la Chiesa di Scientology. Lancaster è una sorta di profeta, un manipolatore di coscienze, un uomo da cui tutti dipendono (e che un po’ amano perché nella sua interepretazione l’amore è dipendenza). A un certo punto, però, si trova lui stesso a sentirsi schiavo.

    L’immagine che emerge di Scientology è ambigua, anche se non eccessivamente negativa. E anche se Anderson ci assicura che Tom Cruise, che ha visto il film in anteprima, gli è rimasto amico, secondo me al suo prossimo matrimonio non lo invita…

    IL RESTO… IN TRE PUNTI

    1. Oggi era la giornata anche di «È stato il figlio» di Ciprì con Toni Servillo. Opinioni contrastanti, ovvero c’è a chi è piaciuto moltissimo e chi l’ha detestato. Io faccio parte della prima categoria.

    2. Al red carpet di presentazione del film la madrina del festival Kasia Smutniak (compagna del patron di Fandango Domenico Procacci, produttore del film) ha fatto molto arrabbiare i fotografi perchè si è presentata in ritardo, ha saltato la passerella e si è infilata in sala dalla porta del retro. Meno male che si è salvata in corner ripresentandosi al red carpet di “The Master”.

    3. Pioggia, nuvole e freddo. La vita qui al lido si fa sempre più dura…

    Marta Perego